di Alessandro Di Robilant (Italia, 2009)
9 novembre 2010

"Gomorra tarantina raccontata con forza ed epica realista"
Festival del cinema di Roma

Nel quartiere Paolo VI di Taranto, luogo dell’emarginazione periferica, anche Tiziano è un ragazzo al limite: poca scuola, famiglia problematica, fa lavoretti per Tonio, il boss locale, ama Stella, la sua ragazza, e la sorellina Maria. Franco, il padre, è un uomo pavido e ostile. Tutti si fidano di Tiziano, perché credono che abbia una possibilità, pur tra tradimenti, scelte difficili, riappacificazioni. E la voglia di cambiare un destino già scritto.

LA FRASE DA RICORDARE
"Il destino serve solo a non prendersi responsabilità"





Il film 'Marpiccolo' è stato presentato in conferenza stampa a Roma dal regista Alessandro Di Robilant, dal produttore Marco Donati, dagli attori Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Giorgio Colangeli e Valentina Carnelutti.

Perchè la scelta di parlare dell'Ilva?
Alessandro Di Robilant: E' avvenuta abbastanza casualmente, il copione non aveva l'indicazione di una città. Sentivamo l'esigenza di un luogo cinematograficamente poco frequentato, e Taranto lo era. L'ho attraversata e mi è sembrata ideale, unisce un'anima greca con una cintura industriale e proprio questo la rende bella, però solo sotto il profilo estetico.

Secondo quanto detto nel film, lo stabilimetno è responsabile di un decimo dell'inquinamento europeo...
Alessandro Di Robilant: Sono dati reali, per la presenza di diossina Taranto è la terza città europea più inquinata e non mi pare che per affrontare il problema si faccia più di tanto. Chi viene da fuori, lo sente respirando. Si capisce dall'odore e dal colore, la città è cosparsa di una polvere rossa.

La storia come è nata?
Alessandro Di Robilant: E' una conseguenza del libro, la trama nasce lì e poi è stata sviluppata nel copione, dove si unisce alla storia di un protagonista che si attaglia perfettamente al quartiere di ambientazione. E' stato un lavoro progressivo.

Quali le differenze rispetto al libro?
Alessandro Di Robilant: Il libro racconta di quartieri difficili, e anche nel film c'è una storia difficile in un ambiente difficile, ma non volevamo solo un'opera di denuncia. Il libro è più nero, mentre - sviluppando il film - progressivamente il racconto ha assunto una maggiore positività perchè siamo stati sensibili rispetto alla reatà che ci siamo trovati di fronte. Quello che ci ha colpito molto, e come cosa bella, è che in un luogo di disagio non è vero che ci sia un'umanità umiliata e offesa, rasente i muri, ma piuttosto vivace, reattiva, partecipe, solidale. Soprattutto quella femminile, le donne sono straordinarie per forza e capacità di reggere situazioni molto dure.

Dei due finali, qual'è quello onirico?
Alessandro Di Robilant: Quello in cui Tiziano (il protagonista, ndr) muore. Questa visione lo spinge ulteriormente ad andar via, magari per poi tornare, in seguito.

La reazione, in generale, può esser solo quella di andar via?
Alessandro Di Robilant: Forse oggi è l'unica maniera, con quel suo percorso Tiziano ha la necessità di dare un taglio, mettere un punto. Non esclude di tornare, ma dopo un resettaggio. Taranto è una città che ha perso fiducia, i problemi sono evidenti ma non vengono messi all'ordine del giorno. Molti vorrebbero cambiare la situazione, ma non so se oggi ci siano le premesse.
Anna Ferruzzo: La decisione di Tiziano di partire è dovuta anche al fallimento del mio personaggio (la madre, ndr), che fa rientrare il marito in casa. Quel passaggio permette a Tiziano di staccarsi. Di solito, in quel contesto accetti la situazione per abitudine e perchè non capisci che esistono altri contesti. L'allontanamento fa parte della crescita, consente poi di tornare con maturità, consapevolezza e occhi diversi.
Giorgio Colangeli: Il film ha il coraggio di far vedere quello che funziona, come dimostrano l'insegnante e l'educatore. C'è vita anche in chi sta male, i nostri interlocutori in quei luoghi non sono debilitati dalle tragedie, aspettano un rapporto. E' un film positivo e ottimista, ed è questo il vero coraggio. Andarsene non è una fuga, ma una strategia di sopravvivenza, un Erasmus. Quando si esce da un contesto, poi si vede meglio da dove si viene. Un po' come succede nel presbitismo.

In quella terribile situazione, nel film c'è l'oasi dell'istituto di rieducazione...
Alessandro Di Robilant: Non corrisponde esattamente alla realtà dell'istituto che abbiamo visitato, ma c'è sempre la possibilità di avere a che fare con figure straordinarie in luoghi di grandi difficoltà retti sulle spalle da persone che lavorano da sole, silenziosamente e senza ringraziamenti. Ne ho incontrate spesso.

E' anche una storia di crescita...
Selenia Orzella: I due aspetti che mi piacciono di più nel mio personaggio sono la forza, nonostante l'età, di venir fuori da una situazione e di trascinarne fuori Tiziano. E poi, nonostante questa forza, la dolcezza che mette nella storia d'amore.
Giulio Beranek: Il comportamento del mio personaggio è realissimo in quel quartiere, come anche la spinta ad uscirne. Penso che in certi quartieri sia possibile solo la fuga. Chi non è figlio di qualcuno, e ha dei problemi, per non rimanere in contatto con una certa situazione se ne deve andare. Le istituzioni dovrebbero offrire possibilità di studio e di lavoro perchè, se se ne vanno i buoni, lì restano sempre gli stessi.

Il film individua una via di fuga anche nella cultura...
Valentina Carnelutti: Per il mio personaggio due sono le cose fondamentali: la fiducia nella cultura come possibilità di cambiamento e una consapevolezza utile a non farsi prendere in giro. Un altro elemento in più è la pratica, come insegnante. Avevo 4 frammenti di tempo per far capire che la cultura ha un senso e un valore, e anche nella vita ci sono poche occasioni, in cui le cose vanno incanalate con precisione.

Non è il primo film in cui parla dei problemi del meridione...
Alessandro Di Robilant: A spingermi è l'amore per il Sud, il luogo dove mi trovo meglio, e dove trovo nei rapporti quello che in passato mi è mancato. I miei film che mi stanno più a cuore sono quelli che ho girato lì, ma di soluzioni non ne potrei dare.

Com'è stato il lavoro con due giovani?
Alessandro Di Robilant: di grande facilità, per me il principale valore di un regista è intuire prima di cominciare, gran parte del lavoro consiste nello scegliere l'attore giusto. Giulio Beranek ha un'esperienza personale evidente, una famiglia internazionale abituata a stare insieme a persone di diverse provenienze. Il bagaglio personale è fondamentale, io poi l'ho aiutato a stare a suo agio e a portare in scena sé stesso. Selenia Orzella ha una formazione e una disciplina, è andata presto via di casa per stare 6 anni in un collegio, e tutto questo i due ce lo hanno dato.

I costi?
Marco Donati: è un film "low budget", rispetto ai normali 3-4 milioni ne è costati 1,3. Considerato che siamo partiti senza soldi, è andata bene. E anche il fatto che il progetto è partito nel 2005 e terminato nel 2008.

Come sono stati distribuiti tra i soggetti coinvolti?
Marco Donati: L'Apulia Film Commission ha messo il 5%, il ministero il 50 e la RAI, tra co-produzione e antenna, il resto.

Il film avrà un circuito nelle scuole?
Alessandro Di Robilant: Me lo auguro.

30 Ottobre 2009 - di Federico Raponi

2 commenti

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Dove

Cinematografo Teatro "Filo"
Piazza Filodrammatici 4
26100 CREMONA

Quando

Al martedì alle ore 21,15

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